Vladimiro Tanzi si guardava le punte delle scarpe da tennis da 45 minuti e 36 secondi esatti. Sotto 20,3 metri di aria milanese inquinata e poi ossido di calcio, ossido di silicio, ossido di alluminio, ossido di ferro, ossido di magnesio e solfati, mischiati in parti variabili. “Cemento”, direbbero i più; “cemento Portland”, si spingerebbero, forse, i professionisti dell’edilizia; ma Vladimiro Tanzi sin da piccolo era uno preciso.
Prendendo come buona la convenzione che pone la costante gravitazionale al valore di 9,80665 m/s², e non considerando la distanza da poli ed equatore, i 72 chilogrammi (vestiti e scarpe non compresi) costituenti il nostro idraulico, avrebbero impattato con il terreno in un arco di tempo sufficiente a ricordarsi di non aver chiuso la finestra in cucina.
Al pensiero Vladimiro desistette.
Tutte le mattine da 12 anni e 185 giorni ripeteva lo stesso rituale: si alzava dal letto, si pesava, controllava velocità e direzione del vento e poi saliva sul tetto ad ammazzarsi. Talvolta nei torridi mesi milanesi arrivava addirittura a spogliarsi completamente, felice di poter calcolare esattamente quanto ci avrebbe messo per raggiungere l’amata fine. Ogni volta, però, si fermava.
E se avessi scordato qualcosa? Ho finito quel puzzle da 1.400 pezzi sulla stazione di Saint-Lazare di Monet? Ho ritirato le analisi del sangue? Cazzo, ieri sera ho lasciato il cd di Mertens in macchina sul parabrezza, se non lo tolgo il sole lo renderà illeggibile.
Il punto è che Vladimiro Tanzi non riusciva, è vero, a vedere neanche una ragione per continuare a vivere, ma non riusciva a vederne neppure una per morire. Era un uomo terribilmente medio, né pregi né difetti evidenti, né disgrazie né felicità rilevanti. Aveva sposato una donna per cui non provava nessun tipo di sentimento, ma che era l’unica che era riuscito a tenersi al fianco per più di qualche mese. Aveva dei figli che non capiva. Il lavoro non lo amava, né lo odiava. Lo faceva, punto e basta. I soldi che si ritrovava in mano non gli davano alcuna sensazione, nessun fremito, quindi li lasciava gestire interamente alla moglie. Non aveva hobby, né passioni: il calcio lo annoiava, il cibo era solo una necessità e il cinema non lo interessava.
Non aveva visto nessun periodo storico rilevante: la seconda guerra mondiale l’aveva fatta il nonno, il ‘68 il padre, il ‘77 lo aveva sfiorato quando ancora si nutriva di liofilizzati e plasmon; quando era crollato il muro di Berlino non sapeva cosa pensare e per non fare la figura del fesso non disse niente e quando venne giù il World Trade Center fu praticamente l’unico a scoprirlo dopo qualche giorno… D’altra parte di televisione, radio e giornali si era stufato da subito e negli anni aveva imparato ad evitarne anche solo la vicinanza.
Osservava un’opera d’arte come si guarda ai sampietrini per strada; leggeva i romanzi da ombrellone come le pagine gialle, e gli altri, non capitandogli mai sott’occhio non li conosceva proprio.
Cosa vuoi fare, Vladimiro, da grande? A questa domanda, in terza media, era seguito il mutismo più assoluto.
Ti piace quando facciamo l’amore così? A 18 anni la sua prima ragazza non l’aveva presa molto bene quando lui non aveva risposto né sì né no.
Una volta aveva anche provato ad impiccarsi. C’erano degli operai a fare non so che lavori sul tetto quella mattina. Vladimiro aveva preso una cintura in pelle nera, vecchio regalo del padre, l’aveva legata ad una tubatura che passava sotto il soffito, e, infilata la testa nell’anello che si era venuto a creare, aveva spinto la sedia via da sotto i suoi piedi. Restò un minuto ciondoloni appeso come un maiale in un macello. Poi… Poi, niente. Continuava ad essere vivo. Neanche un dolorino, un lieve senso di soffocamento. Nulla. Lo trovò la moglie due ore dopo. Si era alzata per fare il caffè e portare i figli a scuola come ogni mattina e lo aveva trovato lì, appeso al soffitto, ciondoloni, gli occhi amareggiati, stanchi. Né un urlo, né un gesto di spavento. “Vlad”, gli aveva detto, “smetti di fare lo scemo e scendi da lì… Perché poi non sei ancora al lavoro?”. E se ne era andata in cucina a fare il caffè.
Vladimiro Tanzi
Pubblicato da
Ak
on domenica 29 maggio 2011
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