Ore negate

Erano due anni che non succedeva. Due anni che riusciva ad addormentarsi senza problemi, con il sorriso sulle labbra. Poi tutto era ricominciato da capo. Era come in quelle lunghe sequenze de ‘Il cielo sopra Berlino’ in cui gli angeli ascoltano i pensieri delle persone, solo che i pensieri erano i suoi. Non è che soffrisse di vera e propria insonnia, ma ci metteva ore per addormentarsi. 


Gualtiero Marini ogni notte si sdraiava sul letto, leggeva un capitolo del libro in cima alla pila sul comodino, si metteva una mascherina da notte sugli occhi e poi aspettava. Aspettava che quella voce dentro la sua testa cessasse di parlare.

“Stai zitto, cazzo… Mi sono anche messo una ridicola mascherina da notte sugli occhi”

E invece no. A volte dopo qualche ora la voce si faceva più sommessa, più lenta, e allora riusciva ad addormentarsi. Ma di solito era ormai giorno. Se non aveva niente da fare se la dormiva fino ad ora di pranzo, sennò un bel tazzone di caffè di quelli da rivoltare lo stomaco, la faccia sotto l’acqua e via, a far finta di essere sani. 

Quando tutto ricominciò non si rese subito conto di averne sempre sofferto. Fu quell’ennesima notte, con il termosifone che gocciolava chissà per quale dannato motivo, che gli rivenne in mente.

“Come prima, è tornato tutto come prima”

E con i disturbi del sonno fece la sua ricomparsa anche la bolla. Non lo abbandonava mai la bolla: per strada, all’università, a cena. Come un tiepido micro-mondo di suoni ovattati e di gesti lenti la bolla lo proteggeva ovunque, ma dentro con lui rimaneva anche la voce, inesorabile bastarda…

“Ira, legali corna”, “roca ella argini”, “ragna e li corali”, etc.

Come un mantra assurdo, una sequela di frasi sempre diverse e sempre poco intellegibili lo tormentava in un climax di occhiaia e tremori delle mani. Era sul punto di crollare, di nuovo, esattamente come due anni prima. All’epoca, però, quando credeva che tutto stesse per implodere, venne investito da una macchina che non aveva neanche sentito inchiodare. Magro e pallido si ricordava solo delle striscie sulla strada, violentemente risucchiate via, chissà poi da cosa. Al risveglio due medici in camice verde e un’infermiera gli stavano parlando.

“…ltier. .. sen..”
“Gual…..”
“Gualtiero, mi sente?”

Sentiva quei tre estranei che lo chiamavano per nome, ma come in differita, lontane e rispettose del suo mal di testa.

“Deve essere la bolla, magari si è ristretta ancor di più”
“Cosa? Signor Marini, non capiamo. Cosa va farneticando?”
“Cosa vado farneticando io? E allora quello che non fa altro che ripetermi roca ella argini li corali e ragna?”
“Infermiera, forse è ancora sotto l’effetto dell’anestesia: 5 mg di morfina che si sta agitando troppo… Signor Marini, Gualtiero, è stato investito da una macchina, se lo ricorda?”
“Credo di sì… qualcosa del genere…”
“Bene l’abbiamo rimessa insieme. Non si può muovere, perché sennò si scucirebbero i punti… Vede lei era diviso in due metà precise, proprio come in quel libro di Calvino. Ma ora è fuori pericolo. Riposi, ne avrà ancora per qualche giorno e poi la lasciamo andare…”

Non riuscì neanche a sentire la fine del discorso del dottore che già si era addormentato. Per due anni non aveva più avuto problemi: né voci, né bolle.

Ma ora… Ora era tutto come prima di quell’incidente. Si fermò sulle strisce pedonali, gli occhi quasi chiusi, il fiato mozzo, aspettando che una macchina non frenasse in tempo. Aspettò invano: dopo la prima che si era fermata e impaziente l’aveva aggirato, tutte le altre fecero lo stesso, rallentate dalla coda inevitabilmente creatasi. 

Gualtiero Marini fu portato in un ospedale psichiatrico appena fuori Milano dove visse per pochi anni ancora, eroso internamente da un tumore allo stomaco. Sin dal secondo giorno di ricovero andava ripetendo stancamente a tutti di non essere pazzo e che semplicemente gli erano saltati i punti dell’incidente stradale che aveva avuto.

“Voi non mi credete, non potete vedere coi vostri occhi… Io son dentro questa maledetta bolla e voi non potete vedere che son solo metà, che ho perso l’altra e che non posso stare qua dentro, chiuso fra quattro mura di sertralina cloridato…”

Ritengo che la memoria (l’insieme dei ricordi) di una persona sia inevitabilmente un anagramma della persona stessa: frammenti di tempo e sensazioni riuniti in file sempre diverse e sempre confuse.
Ritengo bukowskianamente che i sentimenti risiedano nello stomaco, se non proprio nelle budella: il piacere, quello intrecciato con la carne, in lotta dialogica con quello che Bourdieu chiama distacco.
Ritengo, infine, che esista una qualche completezza amorosa; non può essere cercata, nè trovata. Semplicemente accade.

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