La colpa probabilmente era tutta dei germi. I germi che stanno nell’aria. Piccoli, talmente piccoli che manco si riesce a vederli. Questo si ripetevano un po’ tutti dopo quell’orribile giorno in cui tutto era cominciato. Una nenia il cui eco si poteva captare qui e là nelle strade ormai deserte, nonostante le finestre ben serrate e i cuscini a tappare eventuali spiragli.
Era successo tutto all’improvviso, o meglio, la tragedia era stata ampiamente annunciata, ma il peggio venne d’un colpo. Giornali, tg, internet… a niente era servito il tamburellare costante dei mezzi di informazione. Il velo si era lacerato mentre ancora i cinici gridavano all’allarmismo ed alla paura immotivata. È inutile che vi illudiate: il virus c’è e presto colpirà anche voi. Benvenuti nel nuovo millennio e nell’era delle malattie psicosomatiche.
Eppure c’era chi ci aveva visto lungo, chi si era fidato del mezzo busto ben pettinato che alle 8.20 precise sul nono e sul settimo canale per tre settimane, ogni sera, aveva annunciato l’imminente arrivo dei germi.
Carmelo, il vecchietto del sesto piano. Lui, ad esempio, ci aveva creduto sin dall’inizio. Ciecamente.
“Chiudetevi in casa, non parlate con altre persone, neanche al telefono… gli esperti ritengono che il virus si possa propagare anche attraverso i cavi delle linee telefoniche. E ricordate che quando accarezzate la testa di un bambino, accarezzate un nido di batteri”
A Carmelo neanche piacevano i bambini. Puzzano, hanno sempre il moccio al naso e soprattutto strillano di continuo e, se provi a tirargli un bel manrovescio, ecco che attaccano a piangere e piangere. Suo nipote non lo vedeva quasi mai. Sin da quando era poco più che un settenne aveva cominciato, ogni qual volta veniva a fargli visita, a raccontargli storie lunghissime, storie insulse e noiosissime. Non ci volle molto perché Daniele, questo il nome del poverino, scappasse e cercasse di evitare la compagnia di quel nonno burbero e noioso.
“Quando cucinate state attenti a non prendere nulla che sia fresco e quindi non controllato dagli esperti. Comprate solo cibo in scatola e ricordate che in mancanza di aria i germi non possono sopravvivere”
Da quando l’aveva sentito per la prima volta Carmelo non aveva più osato cacciare il naso fuori dalla porta di casa. Se ne stava rintanato sotto la coperta di cotone leggero sulla sua poltrona: i suoi lp di Peppino di Capri e le bottiglie di San Giovese che ormai stavano finendo. Così si era salvato. Tutti gli altri erano morti. I suoi amici, i suoi parenti, gli altri inquilini della palazzina al 23 bis. Persino Danielino non ce l’aveva fatta, anzi probabilmente con tutti quei capelli era stato lui ad infettare tutti gli altri.
La televisione non la guardava più. Dopo la prima decina di vittime del virus aveva cominciato a chiedersi se forse, metti che, d’altronde è possibile che, i batteri viaggiassero anche attraverso le onde radio. D’altronde gli esperti non possono mica controllare tutto… qualcosa gli sarà sfuggito per forza!!
Ogni tanto passava il pomeriggio dietro la finestra ad ascoltare, in attesa di qualche rumore, di qualche altro sopravvissuto. Niente, solo quelle maledette voci che si ostinavano a parlare da qualche parte del virus, che nel frattempo continuava a mietere vittime.
“Evitate di guardarvi allo specchio. Il virus si propaga soprattutto da una persona all’altra”
Questo era l’ultimo consiglio che aveva ascoltato prima di spegnere anche la tv. Se li era annotati tutti. Trentadue pagine scritte con grafia minuscola e precisa. Ormai l’aveva letto talmente tante volte che lo sapeva a memoria. Quanto tempo era passato? Un mese? Forse due.
Poi accadde. La sentì nitidamente, ma non ci volle credere. Poi ne sfrecciò un’altra e un’altra ancora.
Che il pericolo sia passato? I sopravvissuti abbiano nuovamente cominciato a vivere normalmente?
Dopo due giorni si decise ad aprire la finestra del salotto e dare un’occhiata di fuori. Una bella giornata di sole lo accecò. I suoi occhi, ormai abituati alla penombra dell’appartamento ci misero un po’ a riabituarsi, ma le sue narici, che per così tanto tempo avevano respirato solo quell’acre aria viziata dal chiuso, si spalancarono subito e godettero di quell’esplosione di odori freschi.
Agosto stava ormai per giungere al termine e Milano cominciava a ripopolarsi della folla di vacanzieri frustrati. Il virus, una banale influenza, aveva mietuto solo fra le venti e le trenta vittime, tutte con complicazioni dovute a precedenti problemi di salute. Nel palazzo, è vero, era morta una persona qualche mese prima: la signorina Lievatani, un caso di suicidio.
Carmelo questo non lo saprà mai. Morirà precipitando dalla finestra in seguito ad un infarto. Dopo un mese e due settimane chiuso in quell’appartamento del civico 23 bis, l’aria fresca, il sole e le nuvole che si muovevano veloci nel cielo gli erano apparsi semplicemente troppo per poter resistere e il suo cuore aveva ceduto.
Danielino, il nipote, al funerale verserà un lacrima, che scenderà veloce e frivola dall’occhio sinistro. La sua mano destra altrettanto veloce e anch'essa frivola la spazzerà via d’un colpo. Danielino negherà fino alla fine che in fondo gli mancheranno le lunghe e noiose storie di quel vecchio e burbero nonno.
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