Misero a stendere le loro coscienze fuori, sul lato nord della casa, quello dove non batte mai il sole. Si ghiacciarono, lasciandogli così qualche ora di sonno tranquillo.
Ormai era diventato un rituale ogni qual volta succedeva qualcosa di orribile: un terremoto, Rosarno, un tracollo dell’economia. Sapevano di avere delle colpe. Lo sentivano tutti.
Era pratica talmente diffusa che già da anni ormai, giornali e programmi televisivi dispensavano consigli e opinioni: l’ora più adatta, come supplire alla mancanza di un lato buio della casa, cosa fare d’estate, etc.
Il 23bis era un edificio particolarmente fortunato. Con un lato-nord particolarmente ventoso e buio, i condomini potevano appendere fuori le proprie coscienze tutti i giorni dell’anno, persino nelle torride estati milanesi. Chi prima, chi dopo, tutti avevano ormai preso l’abitudine di stenderle una volta tornati a casa. Tutti i giorni. Eh già, perché una cosa va detta: far ghiacciare la propria coscienza è una specie di droga; più lo fai e più ti fa sentire meglio, e ne vuoi sempre di più, arrivando a ricorrerne anche per colpe insignificanti. Una piccola bugia, un eccesso di pigrizia, uno sguardo lascivo con la collega di lavoro, ed ecco che il lato nord del 23bis si ricopriva letteralmente di piagnucolanti coscienze ghiacciate.
“Non abbiamo ancora scoperto la precisa composizione chimica di una coscienza, ma possiamo dire con certezza che, a contatto con l’aria, comincia ad irrigidirsi già su temperature di 13-14° C.” (Panorama, 14/05/12)
Si potrebbe affermare, quindi, che al 23bis fossero tutti dipendenti, assuefatti. L’avvocato fu il primo fra di loro. Cominciò a farlo quando, cinque anni prima, la moglie un giorno uscì di casa e non si fece più rivedere. Era anoressica e “la colpa - si diceva l’avvocato - era tutta mia”. Quando si conobbero lui era una giovane promessa del foro milanese, figlio di uno dei più noti divorzisti di Milano, lei una web designer dalle qualità mediocri.
Finirono in semi-rovina nel giro di pochi mesi, giusto quando lei era incinta della loro prima figlia, Marlene. Il padre di lui, il divorzista con i contro-coglioni, in galera per una frode al fisco di dimensioni epocali, il cognome infangato per sempre. Si ritrovarono a vivere in periferia dove gli affitti erano meno cari, in un merdoso condominio scordato da dio e probabilmente anche da Lucifero. Fu dopo la nascita di Marlene che cominciarono i problemi di peso. Lei non riusciva a riprendere la linea velocemente come avrebbe voluto e lui, invece di sostenerla, non faceva altro che stuzzicarla.
“Dovresti andare un po’ in palestra, sembri una balena”
“E Marlene chi la tiene? Se tu mi assicurassi che tornato dal lavoro…”
“No, non posso. Il lunedì sera ho il circolo, il martedì…”
“Ok, ok. Piantala, questa nenia l’ho già sentita troppe volte. Lo so che sei pieno di impegni e che non ci sei mai a casa. Lo sai da quant’è che non mi scopi? Lo sai?”
Insomma, nel giro di pochi mesi dalla disperazione cominciò a non mangiare più. Quando, una ventosa giornata di maggio, sparì, pesava solo 39 chili e non aveva più granché voglia di vivere. Aveva scoperto che il marito, l’avvocato, aveva una relazione con un’altra condomina, una zitella anonima con un terribile difetto di pronuncia e uno yorkshire dall’abbaiare fastidioso. Non resse. Uscì di casa senza neanche lasciare un bigliettino e abbandonò figlia e marito.
Insomma, l’avvocato, da allora, per sopravvivere ai sensi di colpa, ogni giorno stendeva un paio d’ore la propria coscienza.
Fu il primo caso in Italia. Il primo di una lunga serie di cedimenti nervosi. L’ambulanza la chiamò la moglie dell’idraulico del secondo piano. La piccola Marlene, che aveva ormai otto anni, era corsa da lei spaventata ed in lacrime. Il padre, disse la piccola, non aveva fatto alcun particolare rumore nell’impazzire, ma ne aveva fatto molto, invece, nello spaccare con una mazza da baseball tutta la mobilia, compreso il televisore.
“Se lasciata troppo di frequente a ghiacciare, la coscienza, che non è completamente elastica, può danneggiarsi e lacerarsi. […] Negli ultimi mesi si sono registrati vari casi di coscienze bucate: crisi di nervi, permalosità, comportamenti di natura ossessiva ed in alcuni casi anche schizofrenia, sono le conseguenze che per ora abbiamo constatato in coloro che si sono fatti ricoverare.” (Panorama, 28/09/12)
All’inizio è un foro minuscolo. Un buchetto talmente piccolo che è impossibile da vedere a occhio nudo. Un buchetto nella coscienza. Qualcosa si incrina, non funziona più ed è allora che ci si comincia ad odiare. Guardandosi allo specchio semplicemente non ci si sopporta più e i nervi cedono. Il suicidio no, troppo vigliacchi anche per quello; allora ci si sfoga sui mobili, facendoli a pezzi uno per uno, quegli stessi mobili che per anni hai accumulato e predisposto con ordine nella tua casa. Scandivano il tuo successo, la scia di morti che inevitabilmente ti sei lasciato alle spalle. Ed è proprio per questo che cominci proprio da quelli.
Le tue colpe non le puoi portare in lavanderia.
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