“La crisi delle capacità visive di racchiudere il senso connesso delle cose”.
Una frase sconnessa che forse non voleva dir nulla. Però c’è da dire che suona bene…
La trovarono ridicolmente piegata su stessa, per terra, in mezzo ad una pozza di sangue. Undici ferite nel basso ventre, proprio lì dove stanno i genitali femminili. La signorina Lievatani, 43 anni, uno yorkshire dall’abbaiare fastidioso e tre brufoli sulla guancia sinistra. Stretto fra le dita della mano destra un foglietto giallo con scritte le seguenti parole:
“La verità e il pudore mi sono state compagne sin dalla mia infanzia, ma ora non sono più sufficienti. Ho perso tutto ciò a cui mi ero aggrappata fino ad adesso. Vivo una vera e propria crisi delle capacità visive di racchiudere il senso connesso delle cose”
Gli agenti di polizia, bipedi dal fare svogliato con un’intelligenza poco sviluppata, davanti ai giornalisti liquidarono il tutto etichettandolo come “il suicidio di una zitella frustrata”. Uno dei tanti casi di depressione che si sentono ai nostri giorni, “magari in seguito ad una recente delusione di amore”, aggiunsero piuttosto vagamente.
Io so che non è andata così. La signorina Lievatani non si è tolta la vita, ma è stata bensì assassinata. La signorina Lievatani, 43 anni, una insolita passione per le figurine di Roby Baggio (di cui custodiva gelosamente trecento esemplari differenti), un evidente difetto di pronuncia che non si era riuscita a togliere nel corso degli anni (non riusciva proprio a pronunciare le “o”, per cui diceva parole come “dupu”, “bellu”, “furse”, etc.), è stata effettivamente vittima di un brutale carnefice.
A discolpa di quei pigri bipedi in uniforme c’è da dire, però, che il corpo fu ritrovato nell’appartamento al terzo piano (seconda porta a destra, la luce nel corridoio non funziona) chiuso da dentro. Nessun segno di effrazione, se non quelli provocati dai poliziotti stessi per entrare.
A chiamarli era stato Carmelo, il vecchietto del sesto piano, quello che se ne stava tutto il giorno davanti alla tv. La signorina Lievatani era solita portargli la spesa ogni due giorni. Latte e uova fresche, il pane appena sfornato, un po’ di carne (“ma di quella magra, perché il signor Carmelo soffre un po’ di cuore”, spiegava a Giusy, la portinaia), pasta e ogni tanto delle aringhe da fare al forno. Erano ormai passati cinque giorni quando Carmelo si decise ad avvisare la portinaia e la polizia dell’insolita assenza.
Quando andarono a bussare alla sua porta, in seguito al ritrovamento del cadavere, Carmelo per prima cosa chiese al commissario se sapesse qualcosa del virus che si stava propagando in quei giorni. “L’hanno appena detto al tg delle 12 e sembra sia una cosa piuttosto grave”, disse sfregandosi nervosamente le mani. Ovviamente il commissario non ne sapeva nulla.
Ma torniamo a noi. Gli stolti tutori della legge cercarono e cercarono invano, misero a soqquadro tutta la casa, ma non trovarono nessuna impronta che non fosse della signorina Lievatani (non riceveva quasi mai visite ed era una maniaca delle pulizie). Neanche sul manico del coltello o nelle vicinanze della vittima trovarono nulla, se non qualche pelo dello yorkshire. Inoltre, pare che il cane avesse tentato di estrarre l’arma dalla pancia della vittima. Il commissario tre giorni dopo il ritrovamento, durante un pausa caffè, notò parecchi morsi sul legno del manico. Fu poi appurato che i segni combaciavano perfettamente con la dentatura del piccolo “Bub”, come lo chiamava la padrona.
A questo punto il caso venne ufficialmente archiviato, la donna dichiarata suicida e sepolta in un angolo di uno sperduto cimitero fuori Milano. I parenti non si scomodarono neanche a pagare i funerali, che si svolsero a carico dello stato.
Eppure io insisto, la signorina Lievatani fu uccisa. Come faccio a saperlo? Beh, semplice: sono stato io ad ucciderla. Io che vi sto raccontando questa storia (o confessione, se volete chiamarla così). Chi sono io? Io sono Bob, lo yorkshire.
Come dite? Come diamine farebbe un cane ad uccidere una donna sana e nel pieno delle proprie forze con un coltello? Semplice anche questo. Saltai sulla sedia della cucina, poi sul tavolo e poi ancora sul piano cottura. Lì presi un coltello che se ne stava appoggiato ad asciugare insieme alle altre posate e poi corsi verso la signorina Lievatani e le conficcai la lama giusto in mezzo alle gambe. Dopo questo primo ed inaspettato colpo, la padrona si accasciò e svenne. Le altre dieci coltellate furono un gioco da ragazzi: estraevo lentamente e poi con il coltello fra i denti riaffondavo il metallo in quella morbida e calda parte del corpo; non riuscivo a capire se era già morta, quindi andai avanti fino a quando non mi accorsi di essere in mezzo ad una pozza di sangue.
La signorina Lievatani, 43 anni, era svenuta in ginocchio, la fronte assurdamente appoggiata a terra. Forse era anche rivolta verso la Mecca. Non fu facile levarmi da lì sotto. Finché si trattava di spostarmi quel poco che bastava per pugnalarle nuovamente quella puzzolente vagina non ebbi problemi, ma per uscire da lì… e il mio pelo ormai era completamente bagnato di quell’appiccicoso sangue.
Perché l’ho fatto? Non sopportavo il suo fottutissimo difetto di pronuncia. Mi chiamo Bob, cazzo, non Bub.
Il foglietto? Ah, giusto il foglietto… No l’ho mai capito. Penso che fosse un pezzo di uno di quei romanzi di una di quelle scrittrici frigide che le piacevano tanto. Ogni tanto, se apprezzava particolarmente un paragrafo o anche una frasetta, se li scriveva su un post-it che poi attaccava sul frigorifero in cucina. Un vero colpo di fortuna che sembrasse un messaggio di addio.
Sinceramente smisi di pensarci da subito. La sera stessa mi portarono da Giusy, la portinaia, e avevo una gran fame. Mi preparò un piattino di fegatelli che feci fuori in pochi secondi. Da allora, non mi sono più mosso da qui.
“Addiu, signorina Lievatani. Ripusi in pace”.
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